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“Il rifugio delle ginestre” di Elisabetta Bricca / Recensione

INTRO:

Buongiorno amati lettori e ben tornati sul blog!

Aria fresca, t-shirt e pantaloncini, profumi floreali, le onde che si abbattono sugli scogli, la sabbia bollente, il sole che splende sulle cime montuose, le scottature e gli occhiali da sole dispersi nel borsone … l’estate è giunta. E mi sembra ben coerente presentarvi il nuovo romanzo d’esordio di Elisabetta Bricca, “il rifugio delle ginestre”. Un omaggio alla natura e alla campagna, alla tradizione, alla cucina e all’amore.

 

TITOLO: Il rifugio delle ginestre 88116755109788811675518-199x300

AUTORE: Elisabetta Bricca

EDITORE: Garzanti

COSTO&PAGINE: 16,90 euro – 187 pagine

DOVE ACQUISTARLO: http://amzn.to/2tKFOGH

SITO GARZANTI: http://www.garzanti.it/

TRAMA:

È una calda mattina d’estate sulle colline umbre e nell’aria aleggia un profumo inconfondibile di rose e lavanda. Sveva è solo una bambina e sta correndo felice nei campi non lontani da casa. Al collo il suo ciondolo preferito. Non è un ciondolo qualsiasi: racchiude una piccola radice di ginestra, il fiore della forza e dell’attaccamento alle proprie origini, simbolo di un passato che le parla di tradizioni popolari e antiche leggende.
Ormai sono passati anni da allora e Sveva non crede più in quelle storie. Da quando si è trasferita a Roma per fare la copywriter in un’agenzia di grande successo, ha preferito lasciarsi alle spalle quel passato ingombrante in cui non si riconosce più.
Eppure, è in quel casale della sua infanzia, pieno di ricordi e segreti nascosti, che ora deve tornare. Gliel’ha fatto promettere sua madre. Sua madre che, prima di morire, riesce solo a rivelarle che lì potrà trovare piccole tracce in grado di condurla a suo padre. Quel padre che Sveva non ha mai conosciuto. Per lei non c’è altra scelta che partire. E non appena arriva in quella terra dove è ancora la natura a dettar legge, il ciondolo recupera la sua antica forza e le ricorda che solo qui potrà trovare le risposte alle tante domande su sé stessa e sulle proprie origini che la tormentano da anni. Ora, Sveva è pronta a cercare e conoscere la verità. Per lei è finalmente arrivato il momento di chiudere una volta per tutte con il presente e guardare al futuro con occhi nuovi. Ha bisogno di recuperare le proprie radici e sentirsi di nuovo a casa proprio in quel luogo che conserva echi di amicizie autentiche e di amori che superano la prova del tempo. Perché non è mai troppo tardi per scegliere ancora la vita e l’amore, anche se a volte sembrano lontani e inafferrabili.

Con uno stile unico ed evocativo, Elisabetta Bricca è capace di trasportare il lettore nel cuore di una terra che conserva ancora echi di tradizioni antiche. Il rifugio delle ginestre, il suo romanzo d’esordio, è una storia intensa ed emozionante. Una storia sul potere dell’amore e degli affetti, che non negano mai il perdono e sono in grado di superare qualsiasi ostacolo.

COSA NE PENSO:

Vorrei iniziare esprimendo il mio piacere quando ho visto che il libro non andava oltre le 200 pagine e che per tanto si sarebbe trattato di una storia piuttosto breve, non il solito volume di 400 pagine che non conclude mai e appesantisce la lettura. Sicuramente un punto a favore… peccato però che nel momento in cui si decide di scrivere una storia non particolarmente lunga bisogna tener conto che comunque la trama va sviluppata bene senza tralasciare dettagli importanti e descrivendo bene gli eventi.

Ecco, devo ammettere che in certe parti della storia – e sottolineo “certe” – mi è parso che l’autrice avesse corso troppo o non avesse concluso bene il capitolo/paragrafo. Mi sembrava come se mancasse qualcosa o che avesse avuto premura di andare avanti e finire lì la scena. Ci sono state invece situazioni dove ha ben descritto sia gli avvenimenti che le emozioni e le sensazioni dei personaggi – come quando Sveva parla dei suoi ricordi o della sua terra o della cucina – mentre altre semplicemente non mi hanno lasciato soddisfatta del tutto.

Comunque lo stile di scrittura è certamente scorrevole – tipica timore da lettore che ha paura di essere rallentato – e non mi ha per nulla annoiata. Simpatica anche l’idea di inserire qualche dialogo in dialetto (anche se non ci ho capito molto) per rendere più veritiera la situazione e usare i nomi tipici e le ricette più antiche.

Altro appunto che sento di dover fare riguarda i rapporti tra Sveva – protagonista – suo padre e Sveva e Rurik – il vicino che poi diventa il suo compagno di vita -. In entrambi i casi la sensazione che ho avuto è stata la medesima che ho descritto precedentemente: tutto troppo di fretta. Per esempio, se Sveva non ha mai conosciuto il padre e finalmente si ritrovano dopo anni, primo mi aspetto che ci sia più imbarazzo o più distacco e non che subito, istantaneamente, i due vadano d’amore e d’accordo e si scusino e perdonino a vicenda appena comprendono il rapporto di sangue che li lega. Secondo, sicuramente comprendo appieno la voglia del padre di presentare la figlia a tutta la family, però farlo subito il secondo giorno di visita della ragazza dove mancava poco che si fossero appena rivolti la parola dopo una vita che non si erano mai visti né conosciuti… mi è sembrato un po’ eccessivo.

Intendiamoci, non volevo certo il dialogo da venti pagine in cui si raccontano a vicenda e vi è un susseguirsi di lacrime e momenti di silenzio. NO! Però mi sarei aspettata che il rapporto si ricostruisse o si creasse in maniera più delicata, con più timore di sbagliare e magari il dubbio che forse, dopo tutti quegli anni, poteva anche essere che i due non avessero poi molto in comune e che quindi decidessero di non frequentarsi spesso o che fosse semplicemente passato troppo tempo. Oppure sarebbe stato anche interessante se uno dei due fosse oltre ogni modo trepidante di entrare nella vita dell’altro e sapere ogni suo aspetto tanto da creare disagio, magari giudicando delle scelte che quello aveva fatto in precedenza e che pertanto questo risultasse un ostacolo da superare per i due. Insomma, mi è sembrato troppo semplice che un padre e una figlia che non si erano mai conosciuti, una mattina si ritrovano e basta. Tanti baci e abbracci, tutto risolto e tutto bellissimo.

Per quanto riguarda Rurik la questione è la stessa. La relazione – a parte essere abbastanza scontato che dopo il primo incontro tra i due sarebbe nato qualcosa – non si è dimostrata di mio gradimento. Non volevo la storia d’amore al centro della trama, assolutamente no, la preferisco sempre come sottofondo – percettibile ma non invasiva – e così è stato; solamente che, nel momento in cui si parlava di Sveva e Rurik intesi come “coppia” avrei sperato che le cose tra loro avvenissero in maniera più lenta e curata, senza ovviamente innescare il meccanismo – tira-e-molla o lo amo-non-lo amo a non finire.

Anche per quanto riguarda Livia, migliore amica di Sveva, si presenta un paio di volte per poi sparire. Il loro rapporto è anche intenso, bello, ma si disperde verso la fine del libro. Forse l’intento dell’autrice era descrivere l’Amore in tutti i suoi mille volti – l’amore di Sveva per la tata, la madre, la sorella, Rurik, la cucina, la sua terra, le tradizioni, il padre, la figlia – magari ogni personaggio con cui Sveva entra in contatto aveva semplicemente il ruolo di “presentatore” o “emblema” di quel determinato tipo di amore e quindi non era necessario che venisse descritto maggiormente o fosse più presente.

In ogni caso il rapporto con la sorella mi è piaciuto molto, anche quello con la madre, sempre presente nel libro ma di sfondo, appena visibile, dolce e delicato. Però quello forse più intenso e d’impatto è per la tata di Sveva – Malvina – che per la protagonista è un po’ il tutto, l’equilibrio nella sua vita. Fin da quando era piccola Malvina ha fatto da madre, amica, sorella e guida a Sveva e le ha insegnato tutto ciò che sa, condividendo l’amore per la cucina e tramandandole la sua sapienza e i suoi insegnamenti tramite un mezzo meraviglioso: la magia.

La magia ha un ruolo molto angelico e mite nella storia e come per altre cose già dette, è esistente nella giusta maniera all’interno della storia. Non incentra tutte le attenzioni del lettore su di sé e non è superflua. Infine, tra le considerazioni più apprezzate, ho amato le descrizioni di Sveva mentre cucinava – e veramente la vedevo impastare con amore e passione e quasi sentivo il profumo del pane croccante e delle torte al testo inimitabili di Malvina – e tutte le parti che narravano il passato di Sveva, dove proprio era bambina e vivevamo con lei la sua infanzia circondati da una magia e una natura quasi surreali e perfette per quanto la vita della ragazza sia stata tutto fuorché questo.

E Sveva. Che dire di lei? Un personaggio che ho molto ammirato e valutato. Una donna forte, decisa, coraggiosa. Una donna che vuole sentirsi accettata, vuole capire, vuole reagire al dolore. Una figura combattiva e un’icona per tutte quelle persone distrutte dal passato, che non riescono a liberarsene. Penso che la cosa che più ho elogiato di lei sia proprio questo suo rapporto con il passato che le pesa enormemente e la tormenta, la stritola, ma che lei riesce a srotolare e riassemblare nella maniera corretta per raggiungere finalmente la felicità e la pace; questo non perché abbia dimenticato ciò che è stato o il dolore provato sia svanito, ma perché lo ha compreso e affrontato, lo ha vinto ed è andata avanti con le sue sole forze, protagoniste centrali, e con l’amore degli altri ce comparse e motore fondamentale delle ragioni per proseguire nonostante tutto.

 

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